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Il caso Mapuche-Benetton
Por Survival - Thursday, Jul. 22, 2004 at 11:56 AM

Nota informativa al direttore di Repubblica sul caso Mapuche-Benetton.

Milano, 18 luglio 2004

"La terra non Ŕ un'ereditÓ dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli"

Gentile Direttore,

Survival Ŕ un'organizzazione mondiale di sostegno a tutti i popoli indigeni del mondo. Fondata nel 1969 a Londra, da allora difende il loro diritto di decidere del proprio futuro e li aiuta a proteggere le loro vite, le loro terre e i loro diritti umani. Nei miei 15 anni passati alla guida dell'associazione in Italia, ho assistito a molti dibattiti come quello oggi in corso tra Adolfo Esquivel e Luciano Benetton. Per quanto utopistica possa sembrare la richiesta dei Mapuche, le assicuro che sono molti i popoli indigeni che oggi, in condizioni analoghe, riescono a riconquistare le loro terre o il controllo su di esse.

Due esempi per tutti.

Nel 1997, il giudice canadese che presiedeva il caso Delgamuukw, afferm˛ il principio che gli Indiani godono di diritti territoriali antecedenti, anche in assenza di documenti firmati: "Quello che il diritto aborigeno conferisce, Ŕ il diritto alla terra in se stesso".
L'anno scorso, invece, in Sud Africa, a registrare una vittoria storica sono stati i Richtersveld, un gruppo di 5000 persone appartenenti al popolo Nama. Negli anni '50, furono sfrattati dalle loro terre per fare posto a una miniera di diamanti. Cinque anni fa, i Richtersveld hanno intentato una causa contro il governo e la compagnia mineraria, rivendicando il diritto di proprietÓ su 85.000 ettari di terra e sulle sue risorse. La sentenza definitiva della Corte Costituzionale sudafricana ha dato loro ragione, sancendo la validitÓ del diritto consuetudinario, non scritto, di un popolo indigeno alla proprietÓ della terra. Inoltre, ha ribadito che il mancato rispetto del diritto consuetudinario indigeno si configura come una forma di "discriminazione razziale" specificando che "i casi che riguardano le rivendicazioni territoriali devono essere discussi nei termini della legge indigena, senza importazione di principi inglesi".

Questa sentenza potrebbe avere importanti ripercussione anche sul caso giudiziario che si sta svolgendo in questi giorni in Botswana, dove i Boscimani Gana e Gwi hanno trascinato il governo in tribunale per averli sfrattati dalle terre ancestrali. Il sistema legale del Botswana Ŕ infatti molto simile a quello sudafricano e il verdetto potrebbe costituire un precedente.

Il diritto dei popoli indigeni alla proprietÓ della loro terra Ŕ sancito dalla Convenzione 169 dell'Organizzazione Internazionale del lavoro (OIL). Tale convenzione rappresenta la normativa internazionale pi¨ completa che esista oggi sui popoli tribali ed Ŕ stata adottata dall'Argentina nel 2001. Da allora, Ŕ divenuta vincolante per lei come per tutte le altre nazioni che l'hanno ratificata. Di conseguenza, sia secondo la legge internazionale sia secondo quella nazionale, i Mapuche sono i legittimi proprietari delle loro terre e ogni espropriazione Ŕ un atto illegale.

Suggerire inoltre, come afferma Benetton, che "la proprietÓ fisica, come quella intellettuale, sia di chi pu˛ costruirla con la competenza e il lavoro" reca una grave offesa a tutti quei popoli che hanno abitato le loro terre per generazioni, mantenendole integre per se stessi e per il resto del mondo proprio grazie alle loro competenze specialistiche. Chi pensa che i popoli indigeni non sappiano "usare" le loro risorse dimostra una totale mancanza di conoscenza del loro stile di vita. Le loro tecniche di sopravvivenza, infatti, affinate nel corso di millenni e ancora oggi in continua evoluzione, hanno permesso loro di vivere in modo sano e autosufficiente in ambienti ai nostri occhi aspri e ostili: deserti o foreste in cui l'agricoltura intensiva, per esempio, sarebbe impossibile pena il rapido e irreversibile inaridimento del suolo. Se la splendida Patagonia riesce ancora oggi a far provare a Benetton quello "straordinario senso di libertÓ" di cui lui parla, certamente Ŕ anche perchÚ per i Mapuche, come per i pastori nomadi del Kenia, "la terra non Ŕ un'ereditÓ dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli", da proteggere e curare con sapienza.

Benetton aggiunge anche che "il diritto di proprietÓ rappresenta il fondamento stesso della societÓ civile"... Dobbiamo forse intendere che siano "incivili" le societÓ non fondate sulla proprietÓ come, per esempio, quelle nomadi dei cacciatori-raccoglitori? Non vale nemmeno la pena entrare nel merito di una discussione sull'arbitrarietÓ dei giudizi o la relativitÓ dei punti di vista. Ricordiamoci invece che i diritti collettivi costituiscono un diritto fondamentale per almeno 150 milioni di persone e sono sanciti non solo dalla Convenzione OIL 169 ma anche dal Patto Internazionale per i Diritti Civili e Politici, pietra angolare delle Nazioni Unite, che tra l'altro recita: "Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virt¨ di tale diritto essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale".

I diritti di proprietÓ collettiva sono fondamentali perchÚ presso molte societÓ tribali, l'idea stessa di proprietÓ individuale della terra Ŕ assente e completamente priva di significato. Non a caso, l'assegnazione di titoli di proprietÓ individuale Ŕ stata spesso usata come strumento di divisione e disgregazione delle comunitÓ fino a divenire una delle pi¨ devastanti armi post-coloniali usate contro gli indigeni. Il Dawes Act del 1887, per esempio, divise la terra degli Indiani degli Stati Uniti in appezzamenti singoli di cui gli altri furono liberi di appropriarsi con l'inganno, la violenza o la corruzione; e, in effetti, questo ne era il vero obiettivo.

Ignorare i diritti collettivi dei Mapuche o di qualunque popolo tribale enfatizzando l'importanza della proprietÓ privata o la necessitÓ di promuovere il proprio modello di sviluppo per un presunto bene superiore, significa ricorrere agli stessi argomenti che le societÓ coloniali hanno usato per centinaia di anni per privare i popoli indigeni delle loro terre e dei loro diritti condannandoli alla perdita della loro autosufficienza, della loro cultura e della loro identitÓ.

E a nulla vale regalare alla cittÓ di Leleque un museo "per raccontare la cultura e la storia di una terra mitica" come ha fatto Benetton, perchÚ i popoli indigeni non sono reperti archeologici, residui del passato destinati all'estinzione, bensý, come loro stessi affermano, "uomini, donne e bambini in carne ed ossa, con una nostra dignitÓ, una nostra lingua, religione, legge... determinati a scrivere e a organizzarci per difendere tutto ci˛ da chi vuole continuare a toglierci ci˛ che Ŕ nostro" [dal testo introduttivo di Unidad Indigena, un giornale indigeno indipendente fondato nel 1975 in Colombia].
Il problema, gentile Direttore, va ben al di lÓ dei confini della Patagonia. Purtroppo, non possiamo porre rimedio alle atrocitÓ che sono giÓ state perpetrate ai danni dei popoli indigeni delle Americhe e del mondo intero, o riportare in vita popoli estinti.
Ma possiamo impedire che gli abusi continuino a ripetersi oggi, quando Ŕ nostra responsabilitÓ difendere la giustizia.

In un momento storico in cui tutta la comunitÓ internazionale dibatte sulla necessitÓ di promuovere uno sviluppo sostenibile per il futuro stesso del pianeta volgendo lo sguardo all'esperienza e alle culture dei popoli indigeni, Benetton dovrebbe riflettere sul fatto che fare impresa e produrre rispettando l'uomo e la sua terra non solo Ŕ necessario ma Ŕ soprattutto conveniente, sotto ogni punto di vista, per tutti noi. In questa prospettiva, la diversitÓ Ŕ una risorsa importante ma, ancora una volta, non serve mapparla geneticamente, conservarla nei musei o celebrarla nei manifesti pubblicitari, poichÚ essa sopravvive solo se vivono i popoli che l'alimentano.

Francesca Casella
Responsabile per l'Italia

PS: Questa nota Ŕ stata fatta circolare da Survival dopo la pubblicazione sul quotidiano La Repubblica di due articoli sul caso dei Mapuche dell'Argentina e l'azienda Benetton: uno lunedý 12 luglio, l'altro martedý 13 luglio 2004.

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